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    January 06

    Neve

    La guardava stupefatto, con gli occhi spalancati, la bocca che non sapeva bene quanto aprirsi.

    Forse da piccolo l’aveva vista, qualche mucchietto ormai sporco al bordo della strada, ultimo, tenace sopravvissuto alla pioggia e alla crudele temperatura positiva.

    Ma mai ne aveva vista così tanta, così all’improvviso.

    E se ne stava lì, impalato, appeso al nastro ruvido della tapparella, a contemplare quel bianco senza fine, punteggiato qua e là da un pezzo di comignolo, dallo specchietto di un’auto, dalla parte inferiore del ramo di un albero. E già immaginava il momento in cui la neve non sarebbe arrivata solo dal cielo, ma anche da terra, quando quell’infinito cuscino sarebbe diventato alto abbastanza da ricoprire ogni cosa. Pensava a quanto poco spazio occupassero, in fondo, gli uomini e la natura. Sarebbero bastati pochi metri di quello zucchero filato per ricoprire tutto, per sempre. Perché quando sei ricoperto, quando non vedi più il cielo, non conta che fuori ci sia qualcuno a scavare, o un sole a sciogliere tutto. Là sotto non può essere che per sempre. Se li immaginava, gli uomini primitivi, durante l’era glaciale, che seppellivano i loro morti nella neve, invece che nella terra. E non riusciva a non pensare che a lui sarebbe piaciuto molto di più.

    Chi avrebbe di certo resistito di più, prima di sparire, sarebbe stato il vecchio cerro, il più alto. Più alto delle case e di tutto quello che gli avessero costruito intorno. Ormai consumato dal tempo, con quel suo tronco nodoso e arcuato, i rami come infiniti figli e nipoti, nude generazioni smagrite dal gelo dell’inverno, intrappolate in sottili corazze di ghiaccio. Proprio le più giovani, quelle aggrappate più in alto, sarebbero state le ultime a vedere il cielo, comunque bianco, comunque innevato.

    Il suo sguardo si portò oltre le cime ormai poco delineate dei tetti dei vicini, soffermandosi sull’immensa e ondulata distesa dei campi, così perfetti nella loro liscia superficie, nelle loro curve sinuose. Voleva camminarci in mezzo, a braccia spalancate, sentirsi totalmente parte di quella perfezione, ma subito si rese conto che sarebbe stato solamente un neo su quella guancia. Che le tracce dei suoi passi non sarebbero state altro che cicatrici. Certe cose non si può che guardarle. Non si rovina una bellezza solo per il gusto di farne parte.

    December 31

    TRENI

     

     

    Ma tu, quando vai in stazione,

    Sali su ogni vagone

    Di ogni treno

    Che si ferma?

    E poi cosa fai,

    dai una sbirciatina

    una a destra e una a sinistra

    e scappi via.

    Mica che passi quell’altro treno al binario 8.

    Quello riparte subito,

    non vorremo mica

    perdercelo…

     

    O magari ci provi anche,

    a sederti.

    Ma sei troppo di fretta,

    ai passeggeri non piace aver di fianco

    gente sudata,

    col fiatone.

     

    Quando vai in stazione, è per prendere

    Un

    Treno.

    Puoi non sapere dove si va,

    puoi anche non avere il biglietto,

    ma quando sali,

    non c’è che da sedersi.

    Guardare fuori.

    E dentro.

    Prima dentro,

    poi fuori.

    E sperare che parta,

    che da qualche parte ti porti.

     

     

     

     

    December 28

    Breve guida alla conquista per donne e uomini in difficoltà

    Breve guida alla conquista per donne e uomini in difficoltà.

    Pensata per esperti in calo di zuccheri, utenti che hanno dimenticato tutto per prolungata inattività e novellini, con un riassunto dei punti principali del sistema ormai internazionalmente adottato in Occidente per regolare i rapporti fra uomo e donna, dai 14 ai 90 anni (oltre i 90 non oso pensarci).

    Seguirà breve guida su come gestire situazioni problematiche relative ai vari punti.

    (Per ora pubblichiamo solo la guida per fanciulle, quella per fanciulli arriverà al più presto da fonte femminile).

     

    PUNTI FONDAMENTALI

    1) è l'uomo che deve provarci

    2) la donna non può

    3) la donna può solo provocare, lanciare segnali

    4) l'uomo deve coglierli

    but what is the problem???

    the big, big, big, huge problem?

    5 -conseguenza di tutto ciò- ) l'uomo può fraintendere, data la necessaria mancanza di chiarezza della donna

    5.1) coglie dove non c'è niente da cogliere

    e becca mazzate

    5.2) non coglie dove c'è da cogliere

    e spreca occasioni lasciando la donna a soffrire impotente

    5.3) non è interessato e fa finta di non cogliere x svicolare sornione

     

    PROBLEMATICHE E CONSIGLI PER LE FANCIULLE

    1)      Donna, non sottovalutare un uomo a causa della sua timidezza. Non è facile esporsi al rischio di un fallimento. Non è più per la figuraccia come alle elementari, è più profondamente una questione di autostima, quando non di rapporti che rischiano di rovinarsi.

    Anche l’uomo può lanciare segnali quando non abbastanza sicuro di sé e delle sue possibilità. Sta anche a te coglierli e passare al punto 3, se interessata.

    2)      Non è che non puoi, però con certi soggetti potresti rischiare di risultare troppo aggressiva (non badarci, son ragazzi) o, purtroppo, andando contro la convenzione, di essere ingiustamente additata come personaggio dai non difficili costumi, in quanto eversiva.

    3)      I segnali si distinguono in base all’ambiente in cui sono lanciati.

    Esempio:

    3.1) Chat: qui non hai che le parole, le mezze frasi e se vuoi le emoticon. Ma frecciatine e riferimenti rischiano di perdersi nella mancanza d’ordine della conversazione, nell’accavallarsi di messaggi tuoi e suoi. Soluzione da adottare solo in via intermedia, per preparare e organizzare un incontro (vedi sotto)

    3.2) Dal vivo: la soluzione migliore, ti fornisce molte armi in più. L’intonazione della voce, gli sguardi, le mani, il profumo… Dal vivo con un minimo di abilità si può far crollare la resistenza della maggior parte dei maschi (anche perché, se sono arrivati ad un appuntamento, almeno un po’ sono interessati). Il discorso vale allo stesso modo, anche se con qualche grammo di certezza in meno, se è un incontro casuale o non programmato.

    5.1) Se ti ritrovi in questa situazione, sii più delicata possibile, ignora con sensibilità lo sfortunato interlocutore in modo che capisca con calma la verità, ma sii anche gentile quando capita per non ferire del tutto il suo orgoglio maschile.

    5.2) Non sei del tutto impotente, in fondo. Hai ancora delle carte da giocare, ma non essere impulsiva. Non mollare proprio adesso e non buttarti a pesce, rischieresti di ricadere nell’errore di cui al punto 2. C’è sempre un punto intermedio, uno spingersi un pochino più in là mantenendo sempre il controllo della situazione. Dai segnali un poco più espliciti, rendi l’atmosfera più rilassata e fai sentire l’uomo meno in pericolo di fallimento possibile. Se non è un vero carciofo, con questo bonus di fiducia si deciderà a fare il passo avanti che tanto aspetti. In questo modo, quando accetterai l’upgrade (perdonate il termine informatico), l’autostima del fortunato crescerà drasticamente ma tu saprai chi ha in realtà condotto il gioco, aggiungendo un’altra tacca dorata al tuo orgoglio femmineo.

    5.3) Qui entriamo in un campo di cui è difficile trattare.

    La premessa fondamentale a tutto questo discorso è l’interesse reciproco, che può anche essere ridotto all’inizio ma ha sempre la possibilità di crescere con l’andare del tempo e della conoscenza. Non sottovalutare un potenziale candidato, non ridurlo d’ufficio al semplice (per quanto nobile) ruolo di amico senza prima aver considerato la possibilità di qualcosa di diverso.

    Meglio perdere un po’ di tempo (che comunque ti insegnerà qualcosa) piuttosto che lasciar scappare occasioni che potrebbero essere le migliori.

    December 02

    Il colore del tempo

     
     
     
     
     
           La mia bisnonna, da bambina,

           teneva la foto di un arcobaleno,

              sul comodino.

     

     

     

     

    November 16

    Già notte, ancora

     

     

    Non toglietemi i miei abbaglianti,

    per favore.

    Ho bisogno di vedere un po’ più lontano,

    ho bisogno di saperlo,

    se c’è una buca là davanti.

    Ci cadrò dentro, diretto.

    E va bene.

    Ridatemi un umano bioritmo,

    no,

    non ridatemelo.

    Lasciatemi qui, per piacere.

    Qualcosa accadrà,

    qualcuno siederà in riva al fosso

    accanto a me

    e guarderemo insieme

    quello che non c’è da vedere.

    O continuerò a guardare così,

    e lo racconterò.

    Magari qualcuno ascolterà anche.

    Notte da parole,

    ma non da ordine.

    Che sia Londra, Parigi, Barcellona.

    Che sia una parola nuova,

    che il cervellone sottolinei

    in rosso zigrinato.

    E niente discussioni,

    per cortesia.

    Vincerei o perderei

    Con eguale facilità.

     

     

     

     

     

    Ho detto facilità, non felicità.

    E’ solo un’inerzia uscente

    Un delta di Pascal

    Troppo positivo

    Proprio qui

    Dentro.

     

     

     

     

    October 24

    I SOLITI SOSPETTI

    Tutto era cominciato la notte precedente, verso l'una. I due erano soliti intrattenersi sul web fino a tarda ora, fra sordidi siti sportivi e chat private, e quella sera non fecero eccezione. Dopo qualche convenevole poco pertinente e una serie di frasi insensate per i più, venne fuori il discorso galeotto. La proposta. L'assenso fatale. Ma nessuno dei due sapeva del grosso guaio in cui si sarebbero andati a cacciare. E fu con la leggerezza dell'incoscienza che si diedero la buonanotte e un appuntamento per la mattina successiva.

    Passò il buio, venne il nuovo giorno con le sue nubi e il suo freddino manigoldo. Una sveglia fulminante sorprese il ragazzo alle 9.20, gli ricordò la presenza della donna delle pulizie al piano di sotto e l'accordo preso poche ore prima con l'amico. Quello sciagurato accordo.

    Si alzò, si vestì e lavò in fretta, per non rischiare di far aspettare il nerboruto comite che tuttavia, come sempre accade in questi casi, si fece attendere per ben 20 minuti oltre l'orario convenuto. Ebbe il tempo di cercare delle pile nuove per la fotocamera, di trovarle scariche e di prendere in prestito quelle del telecomando di Sky. Povera creatura, non le avesse mai trovate...

    Finalmente il citofono gracchiò, l'amico salutò arcigno dall'altro lato del cancello, fuori dall'oasi di sicurezza che entrambi stavano per abbandonare irrimediabilmente. La sua ruvida erre penetrò come un proiettile la gelida aria del mattino, scioccando a tal punto il gattino che si affacciava alla soglia da consigliargli di non abbandonare il tepore domestico. Ma il ragazzo alla porta non possedeva la sensibilità che Madre Natura ha donato agli animali e uscì rapidamente, richiuse ignaro la pesante porta blindata e si concesse passo dopo passo al suo destino.

    Si incamminarono verso il luogo convenuto per l'inizio delle loro faccende. Passarono accanto a villette a schiera mestamente abbandonate al loro destino di abitazioni serali, lasciate perennemente sole durante le lunghe giornate d'autunno. Superarono il retro di un piccolo supermercato che pareva uscito da un vicolo di New York e si addentrarono in una stradina sterrata irta di rovi, che sul lato destro si apriva su un campo lasciato a marcire. I due si separarono, dedicandosi all'attività per cui si erano spinti fin lì. Passarono più di mezz'ora su quel terriccio umido, stringendosi nei loro giubbotti scuri quando le folate di vento tagliente li sorprendevano. Come quando un brivido di scende lungo la schiena, partendo dalla nuca, quando hai la sensazione che qualcuno ti stia osservando.

    Dopo parecchio tempo si avvicinarono l'uno all'altro e convennero che fosse ora di cercare un nuovo sito per il loro lavoro. Imboccarono un'altra stradina che costeggiava il lato adiacente del campo, il fondo sterrato con tracce di quello che molti anni prima doveva essere stato asfalto. Costeggiarono altre abitazioni, stavolta un po' più pompose, con muretti ben dipinti e giardini traboccanti vegetazione. Il ragazzo ciondolava lungo la via, guardandosi intorno distratto, quando scorse una donna tra le frasche. Lo osservava con sospetto attraverso un paio di occhiali dalle lenti perfettamente circolari. La ignorò e proseguì sulla sua strada, quando all'improvviso una voce sgraziata gli chiese: "Scusi, perché fotografa le case?"

    "Come? Non stavo fotografando le case!"

    "Eh no! Guardi che l'ho vista, sa?"

    "Ma no, signora, stavo fotografando gli alberi, il campo, e tutto nella direzione opposta!"

    "La smetta, l'ho vista benissimo che era voltato di qua!"

    "Signora, vuole vedere le foto?"

    La donna esitò, spaventata all'idea di dover abbandonare il suo rifugio silvano e di avvicinarsi a quel pericoloso individuo.

    "Guardi, chiamo anche il mio amico se vuole"

    Un lampo di terrore passò negli occhi dell'ormai atterrita matrona, che sentendosi accerchiata, si rifugiò in casa lanciando dietro di sé un terrorizzato "Dopo".

    I due giovani attesero per qualche minuto fuori dal cancello, ricontrollarono le foto che avevano scattato notando che nemmeno uno scatto era rivolto verso quella dannata casa, neanche per sbaglio. Dopo un'attesa snervante decisero di citofonare.

    "Signora, se vuole le foto gliele facciamo vedere, altrimenti dobbiamo andare!"

    "Eh no, adesso aspettate mio marito!"

    E dalla porta-finestra uscì uomo dall'aria nobile, sulla sessantina, con capelli bianchi e ben ordinati che spiccavano sulla pelle di una tonalità quasi caraibica.

    "Buongiorno..."

    "Buongiorno" rispose lui con aria seccata. Non sembrava per nulla ansioso di voler aprire una conversazione con due malviventi di tal fatta.

    "Guardi, queste sono le foto, come vede non ce n'è neanche una diretta verso la sua casa. C'è stato un malinteso..."

    Le osservò attentamente una ad una, quel'uomo uscito da un quadro vittoriano, così ben calato nel suo gilet di cachemire giallo tenue, mentre anche la moglie, brandendo il coraggio a due mani e forse con una bomboletta al peperoncino nascosta in tasca si era avvicinata al curioso capannello.

    "In effetti non c'è niente di strano, è che in questo periodo siamo molto attenti perché stanno svaligiando tutte le case qui intorno. Infatti vi ho anche fotografati prima, mentre fotografavate" disse l'uomo con orgoglio.

    "Non si sa mai..."

    "Ok, allora adesso noi andremmo"

    "Eh no, dovreste aspettare un attimo, abbiamo chiamato i Carabinieri"

    I due sventurati si lanciarono uno sguardo disperato.

    Passarono pochi minuti prima che l'Alfa scura dell'Arma parcheggiasse sul terreno accidentato fuori dall'abitazione. I due Carabinieri scesero dalla vettura e chiesero cosa fosse successo. Per un attimo sembrò che nessuno sapesse se toccava a lui parlare. Poi il nobiluomo prese la parola, spiegò che quei due giovani stavano facendo delle foto ma che non c'era niente di sospetto in loro. (E meno male, pensarono simultaneamente i ragazzi).

    I gendarmi vollero in ogni caso visionare il materiale fotografico, pur essendo già consci di essersi alzati dalle loro poltrone per l'ennesimo falso allarme di quella coppia a cui ormai avrebbero anche potuto dare del tu.

    "Vedi, questa foto l'ho fatta a quel mucchietto di roba per terra nel campo"

    "Ah sì, infatti! Io l'ho visto che fotografava verso il basso!" confermò la signora annuendo con forza.

    "Noi stiamo sempre attenti qui, agenti. Lo sapete cosa è successo Domenica, vero? Hanno svaligiato tutta la via! E poi sono venuti a citofonarci, sempre gli stessi. Chiedevano cosa ne pensassi della crisi internazionale, ma io non gli ho mica aperto sa?"

    "Non è che erano dei testimoni di Geova?"

    "Eh, testimoni... Lei non li ha visti, erano dei ladri, si vedeva benissimo!"

    "Sì, e poi sempre con la stessa macchina, quel Golf grigio. Mi han detto che viene da Bareggio! Ma secondo lei cosa ci fa a casa nostra della gente di Bareggio? Le sembra normale?"

    "Passano tutte le sere su questa strada ai 120, 130 all'ora, si capisce che c'è un giro che non le dico, e allora stiamo attenti!"

    I ragazzi osservarono la stradina più bucherellata di un muro per le fucilazioni, ma ormai non avevano più la forza di alzare gli occhi al cielo.

    "Va beh, comunque niente, no?" intervenne il carabiniere, ormai da svariati minuti stufo di tutta quella inutile faccenda.

    "Noi andremmo. Arrivederci! Signora..." e dopo essersi toccati i cappelli abbandonarono il luogo del delitto, già pregustando un enorme panino con la salamella.

    "Possiamo andare anche noi?" chiese il ragazzo sforzandosi di mantenere un irrinunciabile velo di educazione, tanto più di fronte ad un uomo così raffinato.

    "Sì sì, potete andare. Ci dispiace, ma bisogna stare attenti, qui è una cosa incredibile, Domenica scorsa han..."

    "Arrivederci!"

    "Arrivederci e auguri per la vostra carriera fotografica!"

    Quell'uomo incredibile riusciva a mantenere il suo aplomb in qualsiasi situazione.

    I giovani compagni d'avventura si incamminarono in senso contrario, sfidando ancora una volta le fredde folate di vento verso casa, appena consapevoli di essersi appena avvicinati ad un mondo troppo affascinante e pericoloso per non essere fotografato.

     

     

    October 06

    NULLA

     

     

     

    Bellezza è una pagina densa di lampi e colori

    Di appuntite emozioni

    Quasi fosse bagnata fradicia.

    Bellezza sono stelle cadenti

    Fra torrenti e batuffoli

    Di stelle fisse,

    Ammiccanti ai lontani cattivi pensieri.

    Bellezza è una creatura rivestita di seta,

    Immersa nel verde carico

    Di tutte le sante piogge della stagione.

    Bellezza è una ragazza già stupenda,

    In una gabbia di musica e luci

    Circondata dalle amiche

    Distratta o bloccata

    Da quel nonsoché di pudore.

    E in mezzo a loro, non balla.

    L’annacquata bellezza dei corpi vibranti

    Sbiadisce nel grigio

    Oscurata dal suo mezzo sorriso.

    E brilla, immobile e innocente,

    Vergine dea fra le baccanti,

    Con quel suo incerto grado di consapevolezza,

    Fonte sorgiva d’inesausto, e candido,

    Desiderio.

     

     

     

    (Uno sguardo appena accennato

    Incendia qualcosa

    Scolpisce una parola dentro

    E finisce.

    Si rialza la musica)

     

                                                                   

                                                                                             F.

     

     

     

     

     

    September 30

    NOTTURNO

     

     

    Vorrei perdere l’equilibrio, per una volta.

    Per una santa, maledettissima notte vorrei risentire  la testa leggera,

    evanescente.

    Come quando sei ubriaco e felice

    e puoi ridere di qualsiasi cosa.

    Come quando fai l’amore

    E non ricordi più dove sei, chi sei.

    Solo, con chi.

    Vorrei lasciarmi trascinare, mollare l’ancora

    Senza preoccuparmi di dove sia la riva.

    Per una volta vorrei partire senza sapere dove andare,

    né se tornerò.

    Viaggiare, perdersi, forse solo per potersi poi

    Ritrovare.

    Saltare il cancello, trecentosessantun gradi di mondo

    Nelle mie mani.

    Una notte che all’alba non esista più,

    se non nei riflessi di rugiada.

    E vorrei poter chiedere a loro di raccontarmi, ancora una volta,

    questo strano, invisibile, romito sogno.

     

     

    September 23

    Quasi

    Per te ci sono sempre, per voi, per molti, forse troppi, forse non sempre quelli più azzeccati, ci sono quasi sempre. Quasi.
    Oggi è un giorno quasi, fa parte del <10% che in statistica indica patologia; oggi evidentemente può essere considerato patologico, anche se preferisco chiamarlo "giorno per me". O come direbbe qualcuno, giorno in cui me ne sto in cima alla torre del mio castello.
    Cammino solo sul marciapiede soleggiato, verso casa, fra aiuole di un verde più brillante grazie al sole che fa l'occhiolino dietro al Pellicano. In mano il libro che avrei dovuto riconsegnare in biblioteca, che il Lunedì è naturalmente chiusa. Su un muro la solita antiestetica scritta per una volta attira la mia attenzione: "Digos boia".
    Per quel poco che so della Digos, non vedo come si possa, con coscienza pulita, prendersela con un corpo che ha come compito quello di contrastare attività eversive dell'ordine democratico. Certo, si può non apprezzare lo Stato, si può desiderare di cambiarlo, si può e si deve agire per farlo -è un obbligo morale per ognuno, contribuire in qualunque forma al cambiamento e all'evoluzione del mondo-, ma eversione significa letteralmente distruzione, rovina, e se non è accettabile che esistano ancora gruppi organizzati che quantomeno tramano azioni pseudo-anarchiche o terroristiche (Gandhi era anarchico, ma non mi pare che i suoi ideali avessero molto a che fare con la violenza), è triste e sconfortante vedere ragazzi che con tutto il bello e l'interessante che c'è al mondo vanno ad infilarsi in questo tunnel di ideali contro natura, in questa spirale di tensione alla violenza e alle manie di persecuzione, in bullaggini da senzatetto (solo che il senzatetto agisce per sopravvivere), in insulti gratuiti ispirati a qualche bislacca teoria generalizzante, superficiale e vecchia di decenni -vecchia nel senso di ampiamente superata. Per non parlare poi della solita mandria che non fa nemmeno niente per documentarsi su quello che dice, ma si adagia su slogan che ha sentito dall'eroe compaesano di turno e accompagna il tutto con la solita risata ebete di rito.
    Si attende comunque cortese smentita.
     
    Come al solito si finisce per divagare, ma ormai sono passate quasi 24 ore e le isole dell'Egeo attendono di essere scoperte. Del resto si parlerà un'altra volta. Forse.
    July 28

    Centopunti

    A Gaby non c’è l’alba.

    E’ un continuo sfumarsi di notte e giorno, di blu scuro e azzurro, che nemmeno i nuvoloni di piombo delle giornate di pioggia possono nascondere per molto. Giusto qualche sottile cirro oltre l’altopiano si tinge di rosa pallido, quasi per gentilezza, per dare soddisfazione a chi per vedere quell’alba si è alzato quando il sole era ancora chiuso nell’enorme scatola che sicuramente è nascosta subito dietro le montagne. E così è quasi naturale ritrovarsi affondati in una cesta verde ad osservare l’ultimo spicchio di luna scomparire lentamente nell’azzurro sempre più chiaro, a contare i centimetri di terreno che su quel picco laggiù vanno schiarendosi man mano che il sole risale, ancora una volta, a svelare quegli infiniti verdi che si nascondevano nell’oscurità notturna. E’ facile pensare che non è come avevi pensato, che forse avresti dovuto immaginare che il cielo rosato, bianco, viola, azzurro sarebbe rimasto nascosto dietro i monti, ma il pensiero più spontaneo è che così non è certo peggio. E’ bello godere della timida e profonda compagnia di chi ti ha voluto accompagnare in questa piccola avventura, stupirsi del passaggio di due uomini con i rispettivi cani, unici segni di vita antropomorfa in quel prato improvvisamente solitario e tutto per te. Per voi.E’ bello risentire profumo di capelli, dopo tanto tempo, è bello sentire freddo per aver provveduto a scaldare chi ne aveva più bisogno, tremare per questo o forse per altro, come tanto tempo fa. Tremare allo stesso modo, pur con così tante differenze in chi ti sta accanto, pur senza sapere come definire quello che sta succedendo. Qualsiasi cosa, niente, probabilmente quello a cui non avresti pensato. Come sempre.

    June 25

    SAGGIO

    Che giornata...
    21 Giugno 2008, ore 13.45: lo spettacolo ha inizio. Knockin' on Heaven's door, con ragazzi di quelli che mi fanno venire voglia di abbracciarli per la loro passione così semplice, così ingenuamente acerba, ma già capace di tirarmi fuori il primo brivido di giornata quando entra il primo accordo disorto, spinto da cassa e basso così decisi da farmi pensare che forse stiamo davvero facendo della musica dal vivo.
    Seguono altre nuove leve, Avril Lavigne, Tokio Hotel. Facile cadere nello snobismo, all'inizio. Le solite ragazzette che si fanno prendere dal primo modello che si trovano davanti. Sì, forse è così, ma loro, a differenza delle altre, le cose non le subiscono: le fanno. E' questo il primo passo per crescere, è picchiare un piatto ballerino con tutta la carica dei loro 12, 13, 14 anni, è far saltare fuori dalla bocca del ragazzo che osserva dalla scaletta del palco, con una naturalità quasi inaspettata: "'Sti cazzi batterista, brava!".
    Arriva il pezzo con Willy e Alice, allievi prediletti, come far esordire un ragazzo della Primavera in campionato. Son soddisfazioni, i ragazzi rispondono alla perfezione. L'anno prossimo si diventa bravi veramente, con loro si può fare.
    E subito dopo il successo che non ti aspetti, ma che forse avresti dovuto aspettarti: Ironic.
    Non ha la carica di Alanise, la piccola Sara, e grazie a Dio non è questo il punto a cui cerca di arrivare. Tira fuori la tenerezza mozzafiato che le esce da tutte le parti, in ogni momento, non perde il controllo nonostante una paura del palco tanto comprensibile quanto esaltante, alla fine. La chitarra di Fede è una garanzia, la batteria di Ciccio Pasticcio altrettanto, il bassista Jacopo sa che non sbaglierà, non qui, non ora. E tirare fuori la seconda voce dopo quell'arpeggio tanto semplice quanto delizioso per come si scambia carezze con la voce di Sara, non è molto meno di quanto avrei potuto desiderare in quel momento. Bis immediato, richiesto ed esaudito.
    Little wing vale il prezzo del biglietto solo per la sospensione di quell'attacco, per la batteria di Riccardo e la solita chitarra di Fede.
    Arriva la canzone più attesa dal sottoscritto, e forse l'unica mezza delusione di giornata: Tears in Heaven, la preferita, il cavallo di battaglia. Non viene male, ma manca quel qualcosa che altre volte l'ha resa speciale. Peccato. Segue You've got a friend, improvvisata con Sara, in cui per errore taglio fuori il povero chitarrista Boschetti partendo mezzo tono sopra. Se ne andrà senza salutarmi. Chiedo venia...
    Non c'è respiro, gli AC/DC incombono. Si cambia genere, la voce non è prontissima ma sono già sul palco senza rendermene conto. Manca un chitarrista, si comincia lo stesso. Sbaglio la nota d'attacco, mi fermano perché è arrivato. Grazie al cielo. Si riparte, risbaglio la nota d'attacco nello stesso identico modo ma il resto è carico al punto giusto. Applausi per tutti.
    Chissà cosa avrebbe detto Anton, il tutor che ci ha seguiti durante le prove, se avesse sentito l'inizio di Money for nothing che con tale passione ed esaltazione aveva ideato. Evidentemente, come pensavamo, non era così geniale perché non arriva neanche una mutandina sul palco.
    Ultima canzone programmata è Walk this way, mi ci diverto un sacco e mi sembra che sia durata un minuto, quando finisce.
    Cena con i maestri, racconto la barzelletta del riso nel deserto (chi non la sa può chiederla via mail, evitare in ore pasti) e si votano in gran segreto i primi 3 gruppi classificati del pomeriggio.
    E si riparte. Pensavi che fosse finita, Filippo, invece non sei che a metà.
    Due canzoni di Bon Jovi con i maestri, tanto per gradire: uno dei piccoli sogni di una vita realizzato in un batter d'occhio. E' buio, ormai, Always fra fumo, luci e suoni che... Cazzo, sono professionisti questi. Sono maestri e io sono un semplice insegnante in erba, ma ho la fortuna di stare lì. In mezzo a loro si sta benissimo.
    Ancora altri pezzi improvvisati sul momento con loro, Wish you were here in cui mi rendo conto per la prima volta di come vanno assaporati i Pink Floyd, Smoke on the water in cui invento ogni singola parola e Albachiara che si conclude con un prestito di chitarra da parte di Simone in pieno assolo e con la soddisfazione di non aver solo cantato con loro ma di aver anche chiuso un pezzo con un giro armonico completo tutto per me.
    Ironic come prevedibile vince il concorso, si andrà a registrarlo in studio. Intanto lo suoniamo per la quarta volta, con buona pace del pubblico e fra le lacrime del presentatore a cui piace tantissimo.
    Ultimo atto, la Jam session, che dura lo spazio di un'altra canzone, la ventesima di giornata per me. Tave e Gigi ci tenevano a suonare e ci si spara Hotel California. Wow...
    Dopo altre due ore di smontaggio (che ci volevano) si arriva alle 12 ore passate lì, si torna a casa (purtroppo senza deviazioni) e sarà il caldo, sarà che sono un po' sudato, ma non è per niente facile addormentarsi dopo una giornata così. Non è facile volere che finisca.
    May 12

    Piccola serenata notturna

    Serata molle, serafica, forse in qualche modo persa, finora.

    Come buona parte di queste giornate; qui è già quasi estate. Manca ancora più di un mese, ma là fuori i platani l’hanno già deciso. E con loro passeri, cornacchie, lucertole, zanzare. Persino la Lucy è in fase di muta. Sono giornate stupende, ci sono quel particolare cielo azzurro e quella particolare arietta tiepida e sottile, c’è quell’atmosfera che ormai da anni ho imparato a riconoscere come la migliore possibile nella zona in cui vivo. Ma il ginocchio esige ulteriore riposo, dovrò aspettare ancora qualche giorno prima di tornare laggiù, seduto sul sellino, busto eretto, braccia spalancate a fendere l’aria e naso pronto a portare quel profumo di primavera fino in fondo alle vie respiratorie, là dove resterà impresso nella memoria, mentre la strada sotto di me scorre sempre più veloce ma senza aggiungere paura alla timida accelerazione di quel dolce planare fra i campi.

    Intanto, a casa, c’è bisogno di organizzazione. Molte canzoni da provare, da imparare, da far mie; il pianoforte da studiare, scoprire, imparare a domare, nuovo, eclettico e poetico amico; la storia moderna e quei saggi sull’editoria, il libro della Ortese che ancora mi aspetta, senza saperlo, su uno scaffale di chissà quale libreria. È già deciso che saremo compagni di viaggio, ma né io né lui ancora lo sappiamo. Ci sarà quell’attimo in cui ci vedremo da lontano, magari lui sarà fra le mani sottili di una graziosa commessa, e poi ce ne andremo insieme, io e lui. Chissà se ci piaceremo, se andremo d’accordo, chissà se una volta finito lo depositerò a tempo indeterminato sulla mensola, dimenticandomi della sua esistenza fino a ritrovarmelo sotto gli occhi per caso o forse no, dopo anni di oblio. Come ritrovare un vecchio amico, o quantomeno un conoscente. Qualcuno che è passato.

    Mentre la mente in stato semi-letargico si ritrova ogni tanto a fare la conta delle opportunità, dei pensieri che forse non andrebbero fatti, dei desideri inopportuni, superficiali o prematuri. Dei balzi temporali, delle occasioni lasciate scappare, dell’avvicinamento a tratti asintotico a…

    Parte “Your song” di Elton John, nuovo arrivo nella libreria. Non vorrei scrivere che è la canzone giusta per questo momento, come dice lei stessa “è abbastanza semplice”, forse troppo -diciamolo: banale- ma è così. È la melodia a trascinare le mie dita, non tanto parole che sento quasi per la prima volta. Funziona, è quello che aspettavo. Qualcosa che mi facesse scrivere. Sto scrivendo del mio scrivere, ma per ora basta. Spero che non ti dispiaccia, I hope you don’t mind… Ma con chi sto parlando, con me stesso? Certo, chi altro leggerà questo foglio? Ancora non lo so, ma mi piace. 1.26, sarebbe ora di andare a dormire, domani dovrà essere assolutamente giornata costruttiva, con la mente già proiettata al giorno successivo. Stupido, hai fatto bene a non pensarci fino ad adesso. Sarà esattamente quello che sarà, niente di più e niente di meno, un viaggio, un sorriso, candele, una canzone, un altro applauso… Sì, questo è un bel pensiero, non troppo pericoloso né esageratamente ambizioso. Sarà contatto, se non di pelle, almeno di sensazioni. Sì, ci sarà. Sarà bello, qualsiasi cosa sarà bella. Sarà bella per la disposizione d’animo in cui mi trovo, sarà bella perché sono pronto ad accogliere regali ed opportunità, perché sono pronto a non preoccuparmi e a non cercare più di quello che posso trovare. Sarà bella perché in ogni caso quello che ho davanti funzionerà a meraviglia, che sia consolazione o esaltazione, che sia distrazione o riposo, funzionerà. Ho davanti bei momenti, ho intorno belle persone. Sto bene, e là davanti non vedo che una leggera discesa, vedo sfilare campi di grano a destra e a sinistra, sento di poter tranquillamente staccare le mani dal manubrio, spalancare le braccia e le narici, socchiudere gli occhi e sentirmi completamente parte di questa primavera.

    April 29

    ASTRO EMERGENTE

    Volevo condividere con voi, cari e affezionati lettori, la conoscenza di un grande artista emergente. Molti di voi probabilmente lo conoscono già, visto che le sue strabilianti doti di paroliere e cantante l'hanno già proiettato con un triplo salto mortale nella Hall of Fame di Youtube. Ecco a voi quella che secondo me è la sua canzone più bella. Di seguito trovate anche il testo per un ascolto più consapevole e critico.
    Signori e signore, con: "Difficoltà nel ghetto",
     
    SPIIIIIIIITTYYYYYYYYYY........ CAAAAAAAAAASH!!!!!
     
     
                                                                     
     
     
    Yo...sono tornato...vi sono mancato spero!
    ho rivisto il mio quartiere frà
    adesso ti racconterò quello che ho visto yè
    l'abbiamo aspettato a lungo
    Adesso finalmente siamo uniti...facciamogli vedere chi siamo
    RULLI* CASH MOTHERFUCKKA

    (RITORNELLO)
    Quando ti guardi intorno, vedi i bambini povri e non solo
    Ma quando ti guardi intorno, vedi i bambini povri e non solo
    Lo so che non è facile per loro ma neanche per me
    Ma ditemi cosa vedete quando li guardate neli ochi eeeeeeh (X2)

    Era nel 26 agosto del mille novecento otantoto
    Adesso ne ho diciotto e mi sento quasi morto
    ma non do nè la colpa nè l'età per farti sentire così
    ma so che io da piccolo ho avuto di tutto
    ma dopo sono cresciuto la situazione diventava più dura
    nella casa e anche nel quartiere frà
    inizio la rima, inizio il jack checosì mi sono fottuto due settimane l'anca
    fuori dove non c'era nessuno ero solo io fra non c'avevo proprio nessuna scelta

    (RITORNELLO)

    quando ho compiuto qualche anno in più mi sono detto che devo iniziare a far qualcò
    volevo fare cash volevo tuttòn mi son fatto un cubetto
    due isolati più in la dove avevo visto che nessuno mi voleva
    e allora bisognava smettere il rap
    vivere ammazzare le giornate yè con i frà in giro sì
    ho iniziato a fare una vita normale ma loro mi dicevano che avevo i spalle coperto
    ma quando mi avevano attaccato loro sono corrrrsi io sono rimasto indetro MOTHERFUKKA
    (RITORNELLO)

    Dio, dammi la forza di mio padre di andare avanti perchè non cccccellafaccccioppiù
    Dio dammi la forza di mia madre di lavorare fino a quando il sole va giù
    tu se ti guardi ne li miei ochi vedrai anche tu di cosa son capace
    di dove può arrivare il mio cuore quando il mio morale cade
    adesso mi sveglio la mattina presto come prima perchè ci son soldi da fare
    -cash-
    vedi adesso ho diciottanni e non sto più a ammazzare le giornate con i frà di là
    questi sono i miei frà questi di qua
    e adesso un freestyle libero ah? questo è spitty, il disco di spitti, eh?
    di cash fire, MOTHERFUCKER
    Milano, roma, sto arrivando!ye...e non dire porca miseria
    quando c'è spitty nell'area... lo senti nell'aria
    questa roba è gangsta...fino in cima...MOTHERFUCKA...
    April 07

    Sogno o son desto

    Inizia prima ancora di quanto ti aspetti, nell'ultimo sogno della notte, o il primo della giornata. Roba di giapponesi e coreani, in casa dei tuoi nonni, con katane preziose, divani, gli amici divisi in fazioni e il capo dei cattivi che resta misteriosamente senza un orecchio e unge tutti col suo sangue benedetto.
    Poi, tornato nel mondo dei vivi (o quello che sembra esserlo) qualcosa riemerge dal passato, un'idea lasciata lì, e adesso ti chiedi il perché. Beh, c'era altro a cui pensare, ecco perché. ...Solo questo? Indagheremo.
    Segue una mattinata decisamente inaspettata, sotto il tiepido e carezzevole sole di un mattino che dopo i 5°C del risveglio non avresti mai pensato possibile, su una panchina (due a dire il vero) che non ti saresti aspettato essere così comoda, non dopo più di due ore passate a scoprire che il rapporto professionale può attendere, quando hai davanti gente con testa e cuore così ben funzionanti.
    Dopo un ulteriore viaggio discretamente avventuroso, eccoti in un ridente paesino tanto piccolo quanto sono enormi i suoi complessi residenziali. Accolto da gente per bene e lasagne fumanti, ti godi l'ulteriore compagnia, mentre ti passa veloce per la testa il pensiero che forse sei lì per studiare. Persino il ripasso si rivela proficuo, una giornata da non dimenticare. Ma non può mica finire così...
    Invece di raggiungere i nonni a casa, li raggiungi in ospedale. Altro giro altro regalo, non è chiaro chi sia il malato fra i due. In sala d'attesa passano due ore che sembrano quattro (e credo che sia già andata bene rispetto alla media), tra vecchietti logorroici anche nell'emergenza e dottoresse villane anche nella calma.
    Finalmente ora di cena, anche se con un pezzo importante lasciato indietro, trattenuto per accertamenti. Ed è dopo il secondo, quando il tuo bicchiere con le fragole ti sembra un po' poco significativo, che succede.
    Afferri il barattolo dello zucchero, riempi il cucchiaino e mentre intoni "White Christmas" con voce profonda, fai nevicare i candidi granelli sul borgo di frutta nel tuo bicchiere. Davanti ai tuo occhi (quelli della mente, certo) quella lieve nevicata si trasforma in quella dello scorso Gennaio. Sul monte di fragole rivedi le strade di un paesino, in tarda serata, l'asfalto coperto da un sottile strato di soffice candore, tre figure che si muovono con calma, mentre una quarta saltella felice intorno a loro disegnando cuori nella neve, incastonandovi una M e una C.
    Giungi alla conclusione, priva di qualsiasi invidia specifica, tanto spontanea quanto la visione che l'ha generata, che una di quelle tre persone calme è davvero fortunata.
    March 15

    TRANQUILLO DELIRIO NOTTURNO

    Non c'è niente da fare, da certe situazioni non si esce. Evidentemente sono cose congenite, a cui uno anche sforzandosi non potrebbe rinunciare, o forse neanche ci pensa, perché in fondo nessuno gliel'ha mai detto. Magari dà fastidio solo a me...
    Da anni sempre la stessa cosa viene fuori, per di più adesso senza alcuna giustificazione sul piano pratico, ma sarebbe troppo umano smentire e zittire. Troppe cose in ballo, un pizzico di insicurezza, certo, ma anche la pretesa di "godersi" il momento in un modo più originale, con il silenzio e la testolina che va su e giù. "Hai ragione..."
    Anche in questo voglio essere speciale, comincio a riuscire un po' noioso anche a me stesso, figuriamoci agli altri.
    E all'1.35 sono in taverna davanti al pc solo per scrivere di questa baggianata?
    ...
    ...
    Sì, e non ci trovo niente di così preoccupante o triste. Spero non sia un problema, per chi pensa il contrario, evitare di perdere tempo con me. In fondo chi la pensa diversamente sa benissimo come funziona il mondo, ha avuto fior fior di esperienze, oeh, ne ha passate... Voglia di essere preso per il culo non ne ho molta, ma non è così difficile evitare di tornare a casa alterati. Basterebbe... Mai finire le frasi, Filo, mi raccomando. Continua a parlare della Vita, togli i soggetti alle tue frasi, così i tuoi messaggi non arriveranno mai a destinazione. In fondo, cos'è più importante, l'invio o la ricezione?
    Ecco, questo è un argomento che meriterebbe la mia attenzione, non quello di cui sopra, del tutto inutile. Andrò a letto con un altro pensiero, più complesso ma molto, molto più importante e decisivo. E questo io lo chiamo vivere, non so voi.
    Buonanotte, gente che ne sa.
    March 10

    PENSIERI SPARSI

    Questo è un rigagnolo di pensieri disordinati e casuali, un torrentello di impressioni e sensazioni, spesso non coerenti né del tutto obiettive, questo è un po' di quello che vedo, sento e penso in questo periodo. Probabilmente poco interessante per chiunque, ma ci si può divertire a scovare verità e riferimenti. Se non avete voglia fermatevi pure qui, non voglio farvi perdere tempo.
    Buona giornata! Caldo
     
    Quando l'evento più eclatante che aspetti per la prossima settimana è il momento in cui il tecnico verrà ad accordare il pianoforte e non sei un pianista, forse è il caso di guardarsi un attimo intorno.
    Quando poi ti guardi intorno e senza neanche accorgertene PEM!!!, beh...
    Non diffidate mai più dei tarocchi, la maggior parte di quelli che li usano sono dei cialtroni, ma io comincio ad averne sinceramente paura. Se messi nelle mani giuste (sempre le stesse mani, guarda caso) possono risultare devastanti. Qui lo dico e qui lo nego: se viene fuori che anche l'ultima profezia è vera e la... (non so se posso renderla pubblica) giuro che... No, niente. Non faccio niente.
    C'è una certa poesia in quelle mani... In quel tempo passato insieme. Del tutto innocuo, certo, ma sarebbe ottimo materiale di scrittura. Ed è ottimo materiale di benessere.
    Perdutameeeeeeeente geriatria.......... E non parlo solo del cinema, ragazzi. Qui c'è in ballo qualcosa di sconvolgente, roba che non potete neanche immaginare.
    La voglia principale, tuttavia, resta sempre quella. Gaby.
    Prima ancora ci sarà una puntatina a Londra e dintorni che promette scintille; in mancanza del povero Maestro impegnato coi suoi modellini di elicottero penserò io a tenere su il morale a Smèagol durante il decollo del Batch (nome in codice per non dire aereo perché lui ha paura).
    Ma parlavamo di Gaby (in realtà sarebbe Gressoney ma la vera patria...)
    Mattina al Bar Sport col Maestro o in giro in bicicletta, pomeriggio in Pineta, calcio, pallavolo, Lys, tutti sdraiati al sole, magliette appese alla rete, granita alla menta, occhiali da sole, risate, terzo tempo sbagliato del Padrune che gioca da solo, risate, Smèagol che si prende una storta camminando sull'asfalto, risate, Jacopo che per non perdere il primato vola direttamente sui sassi del fiume da 5 metri d'altezza, risate, Lorenzo che per non smentire la sua fama si butta di faccia contro la parte bassa del canestro perdendo altri due incisivi e un premolare, risate, Cornacchia che racconta delle tre tipe che si è fatto ieri sera, risate miste a fintissima ammirazione, e il mio pensiero, libero di volare ovunque o di restarsene lì, placido, a godersi quella pace allegra e giocosa, senza pressioni né obblighi. Là dove tutto e sufficiente e niente è necessario, là dove è tutto più semplice, dove non c'è paura, dove le scorie di un anno intero scivolano via con l'acqua del Lys, perdendo voce e forza man mano che scendono a valle. Abbandonate, superate. O anche solo lasciate da parte, è già abbastanza. Serate soffici, come su un tapis roulant. Avanti e indietro, su e giù, tra buio, sorrisi, erba e tartarughe, o intorno a un tavolo verde, a spedire sfere colorate verso oscuri cunicoli sorseggiando ciò che più ci aggrada.
    Ah, la pace dei sensi, il poter rimandare tutto di due settimane, il sentirsi così liberi da non desiderare nemmeno gli eccessi, perché non ce n'è bisogno. E' tutto così comprensibile, così perdonabile...
    Forse volo troppo.
    Forse...
    (sfuma verso il buio)
    February 22

    COME RACCONTARE UNA BARZELLETTA

    Ispirandomi alle meravigliose bustine di Minerva che il buon Umberto Eco ci ha donato per anni sulle pagine di una nota rivista, inizio quella che potrebbe diventare anche una piccola serie di creazioni del sottoscritto, che cerca di illustrare in parole povere e schematiche il modo di volta in volta più adatto per affrontare alcune situazioni della vita. Ecco il primo tentativo.
     
    COME RACCONTARE UNA BARZELLETTA
     
    1) Porsi in piedi, di fronte agli ascoltatori, con gambe leggermente divaricate e busto di poco sporto in avanti, braccia sollevate fino ad avere le mani quasi all'altezza della testa (che in conseguenza della prima postura si troverà anch'essa traslata in avanti) e le punte di indici e pollici ravvicinate, a formare dei cerchi, mentre le altre dita restano leggermente piegate all'altezza delle falangi mediali. Questa è la posizione-base per ogni barzellettiere che si rispetti. Se non avete capito qualche passaggio o non vi sentite sufficientemente allenati e sicuri nella postura, non andate avanti nella lettura. Eviterete così inevitabili figuracce con gli amici.
     
    2) Iniziare la barzelletta con l'ambientazione, preferibilmente con il nome di una città famosa. Le opzioni preferibili sono: Napoli, Torino, Milano, Roma. Spesso utilizzati anche ambienti inconsueti come l'aereo, la foresta, il convento.
     
    3) Poiché i personaggi della barzelletta dovranno necessariamente essere caratterizzati da una parlata tipica del luogo di ambientazione (cfr. punto 2), è preferibile adottare un luogo in cui si sia vissuti o di cui, per lo meno, si conoscano dignitosamente l'idioma e l'accento.
    Esempi: se ambientiamo la barzelletta a Napoli, il primo personaggio che incontriamo dovrà partire, solitamente, con l'invocazione di qualcun altro ("Dotttoooure...", "Coonceetta...", "Caarmelo..." e via discorrendo);
    Se invece siamo a Roma, la prima battuta di discorso diretto sarà certamente "Ahò!" o "Ammazza, oh...". Eccetera.
     
    4) I personaggi della barzelletta devono, per regola assiomatica, apparire fin dall'inizio come gli essere più stupidi che abbiano mai calcato la faccia della Terra, e dunque il loro modo di esprimersi dovrà essere condizionato anche da questa riflessione preventiva da parte del barzellettiere. Da non dimenticare, inoltre, alcuni tipici personaggi come Pierino e l'anziano (quest'ultimo deve assolutamente parlare tipo Maurizio Costanzo e avere la mandibola in fuori e gli occhi semichiusi).
     
    5) I temi: quelli con maggiori probabilità di successo sono, nell'ordine: sesso-tradimenti, carabinieri stupidi (anche se abbiamo già visto al punto 4 che ogni personaggio deve essere forzatamente stupido, i carabinieri, per insondabili ragioni etno-culturali, sono usi apparirlo ancora di più, nelle barzellette), medici e cure strane, razzismo-differenze Nord/Sud, politica (in particolar modo, ovviamente, i personaggi più noti come Prodi, Berlusconi, Bush e via discorrendo), morte. Nel caso in cui si riesca ad intrecciare due o più di questi temi nella stessa barzelletta (ad esempio dottore-sesso, politico-morte, dottore-razzismo) senza far apparire forzata l'operazione, le probabilità di successo aumentano considerevolmente. Celebri le innumerevoli varianti sull'inglese, il francese e il terzo che può identificarsi con l'italiano, il napoletano, il nero ecc, calati in situazioni sempre nuove ed esilaranti come l'incontro con il Fantasma Formaggino (premio Nobel per l'umorismo nel '46)
     
    6) Esistono barzellette spassose e altre meno spassose, barzellette che fanno ridere solo un certo tipo di pubblico, alcune che fanno solo sorridere, altre che portano una conclusione amara, altre ancora che fanno ridere per giorni e giorni ogni volta che tornano alla mente. Ma c'è un unico fattore che rende indimenticabile una barzelletta: il finale.
    E' il punto più importante in assoluto e in quanto tale va gestito al meglio. Innanzitutto non bisogna assolutamente lasciar presagire agli ascoltatori che la barzelletta sta per finire, sfruttando così l'effetto-sorpresa.
    E poi arriva il punto cruciale: una volta pronunciata l'ultima battuta, sempre mantenendo la posizione di cui al punto 1, fossilizzarsi all'istante in un'espressione totalmente ebete, la bocca leggermente aperta con un gran sorrisone, gli occhi spalancati, le sopracciglia sollevate in segno d'intesa con l'interlocutore e la testa leggermente ruotata lateralmente, in modo che appaia sempre frontale ma un pochino obliqua. Questo rende ogni finale irresistibile, una calamita per applausi.
    Il successo è assicurato.
     
    7) (sconsigliato ai meno esperti) Mentre si spiega la barzelletta al pubblico, che non ha mosso un muscolo facciale sulla battuta conclusiva e non dà segni di vita, evitarre di riutilizzare le tecniche di cui ai punti 1-6, ma terminare il più in fretta possibile e raggiungere quanto prima il proprio camerino o direttamente l'auto nera in attesa fuori dalla porta di servizio del locale.
     
     
    February 16

    L'AVEVO CHIAMATO DESTINO, MA PROBABILMENTE NON LO E'

    Era stato proprio in quel momento che l’aveva capito. Non era per i ricordi, e nemmeno per  qualche strana illuminazione divina. L’aveva capito e basta.

    Era uscito dalla doccia, si era asciugato con cura mentre la creazione cresceva dentro di lui, divorando le idee di passaggio e catturando quasi con rabbia particolari, colori e frammenti di frasi.

    Si era vestito, pettinato, aveva spento la luce del bagno e in uno di quei balzi temporali che fa la mente si era ritrovato, senza nemmeno aver sceso le scale, senza essersi diretto verso il tavolo, davanti al suo foglio bianco. E aveva cominciato a scrivere.

    Il traffico era meno intenso del previsto, ci mise poco più di un’ora ad arrivare. Rivide quegli strani semafori che lampeggiavano continuamente sul giallo per segnalare la svolta a sinistra, roba che solo in una città del genere avrebbero potuto pensare. Passò davanti al Byron, il ristorante in cui avevano cenato insieme in quella serata perfetta. Non aveva nemmeno impostato  il navigatore, stavolta: sapeva che la strada l’avrebbe trovata anche a occhi chiusi, anche se di giorno non c’era mai stato, in quel labirinto di cemento. La salita che segnalava l’inizio della scalata verso la città alta, come la prima volta, quella sera così gelida in cui per la prima volta aveva assaggiato il suo corpo chiaro e soffice. Svolta a sinistra, ed eccolo arrivato. Parcheggiò nello stesso punto della prima sera, quando era andato un po’ oltre la meta. Avrebbe dovuto camminare un po’, ma era così che doveva andare. E fu in un istante che si ritrovò davanti al suo citofono, ai piedi di quel vecchio e quasi prepotente palazzone. Ricordava la pretenziosa scala di marmo bianco da cui l’aveva vista sporgersi, quella dama meravigliosa e terribile, il tappeto rosso porpora nell’ingresso, così stridenti sia con la scialba facciata esterna, sia con l’interno di quell’appartamento così imprevedibile.

    Era il momento.

    Ma la mano si rifiutò di uscire dalla sua tasca. Non poteva. Non avrebbe dovuto essere lì. Bella idea era stata, romantica, creativa, come piaceva a lui. Ma non per questo avrebbe funzionato.

    Vide Giuseppe, con i suoi lunghi boccoli neri e quegli occhi bonari, che senza guardarlo  gli diceva: “Non penso che sia una buona cosa, questa” “Parli di lei? Dell’averla rivista?” “Sì… Insomma, a cosa ti può portare?” “A niente, lo so. Ma cosa avrei dovuto dirle? Ci saremmo visti in ogni caso. E poi non è successo niente, è stato… Strano… Come se fossimo due vecchi amici che non si vedono da un po’. Comunque non ho nessuna intenzione di tornare indietro. Lo so che non mi può dare nient’altro che altre delusioni. Nient’altro” “Bravo, così si parla, ragazzo mio!”

    Aveva ragione Giuseppe; se anche, contro ogni legge della probabilità, tutto fosse andato per il verso giusto quel pomeriggio, chi gli poteva assicurare che dal giorno dopo non sarebbe ricominciato tutto da capo, quel calvario di  fiducia e speranze puntualmente deluse? Come poteva ancora pensare di riuscire a fidarsi, dopo quello che era successo, se non era più in grado di concedere il fianco a nessuno senza temere un tradimento immediato? Come poteva credere di poterle lasciare qualunque tipo di libertà?

    Non poteva farlo, non doveva. Era una questione fra lui e se stesso, una questione di rispetto. Era già stato convinto per due volte che quella fosse la vera fine, o meglio, se n’era convinto. E invece era ancora lì, con le tasche piene di fogli, davanti a quel citofono che non aveva il coraggio di suonare.

    Dopo qualche infinito secondo, prese la decisione. La svolta della sua vita, lo sapeva. Da quel momento cambiava tutto. Chi l’avesse visto in quel momento forse non avrebbe notato niente di strano in quel ragazzo che voltava le spalle al citofono e attraversava la strada, e in effetti non c’era nulla da notare. Era tutto così naturale che sembrava già scritto.

    Raggiunse il marciapiede sul lato opposto della carreggiata, esitò un istante, poi si appoggiò al muro alle sue spalle, estrasse il cellulare e dopo aver premuto i soliti cinque tasti se lo portò all’orecchio. Un camion enorme passò davanti a lui, sollevando una nube di polvere e piombo. Libero.

    - Ehi…

    - Ciao.

    - Come stai?

    - Bella domanda. Cosa stai facendo?

    - Sto per uscire, devo andare al lavoro. Perché?

    - Così, per(un altro tir passò davanti a lui, coprendo la sua voce con il fracasso dei suoi cavalli e del suo carico di macigni)

    - Ma tu dove sei? Cos’è questo rumore?

    - Più o meno quello che sentiresti tu anche senza telefono, credo.

    - …

    - …

    Ci fu un attimo di silenzio, ma non solo fra loro. Anche dalla strada non veniva più alcun suono, quando lei sbucò alla finestra e lo vide appoggiato al muro dall’altra parte della via.

    Come quello che si sente quando si entra in banca attraverso la porta girevole, un vuoto pneumatico di un paio di secondi, che sembra toglierti il fiato, come quando decolla l’aereo, quando ti senti staccare da terra e sai che sarà un salto decisamente lungo. E alto. Come quando…

    Lei scomparve dalla finestra e lui non sentì più il suo respiro nel telefono. Aveva riattaccato.

    Ecco come doveva andare. Ecco a cosa lo aveva portato la sua fantasia, la sua ricerca continua di momenti magici. Si complimentò con se stesso per l’ottima idea, cominciò a sentirsi mancare il fiato, come era già successo altre due volte prima di allora. Le due volte che pensava fossero la  fine. Vide una lattina vuota sul marciapiede, che lo guardava beffarda, le diede un calcio facendola finire nella corsia opposta, dove fu travolta, schiacciata e distrutta dalle ruote di un furgone di passaggio. Dietro quel furgone un’ombra. Un altro camion, una monovolume, altri due camion passarono veloci e in ogni fessura fra i mezzi quell’ombra si faceva un poco più nitida sulla sua retina. Poi la vide.

    Attraversò la strada, con una lentezza e una calma apparente che non potevano non derivare dall’uragano che aveva dentro. Si fermò davanti a lei e prima che potesse aprire bocca, estrasse i fogli dalla tasca e le disse, porgendoglieli:

    - Leggi.

    Lei lo guardò un attimo, già tremava. Abbassò gli occhi sul primo foglio e cominciò a leggere.

    “Il traffico era meno intenso del previsto, ci mise poco più di un’ora ad arrivare. Rivide quegli strani semafori

     

     

     

     

    Da questo racconto è stata tratta una storia vera.

     

     

     

    January 28

    IL FIUME

    Non c’è spazio per i deboli. Il mondo è uno stramaledetto fiume in piena che non ha tempo, non ha pietà per chi non ha la forza di farsi valere, di emergere. Ogni giorno deve essere parte dell’allenamento, sei sempre borderline, se salti una seduta resti indietro e poi recuperare…

    Bisogna imparare a correre più veloci della massa, saper reagire ad ogni botta, essere sempre capaci di rialzare la testa il prima possibile, perché se la tieni giù c’è sempre qualcuno o qualcosa pronto ad approfittarne.

    E’ un sistema crudele, spietato, che ti può affossare con una quantità e una varietà di armi che neanche puoi immaginare finché non te le puntano contro, e quando succede non è per minaccia.

    Ho imparato a vedere in ogni avvenimento il lato formativo, l’aspetto da cui posso trarre insegnamento. Cerco di fare più esperienze possibili, mi rallegro anche di quelle brutte perché almeno ci sono passato. Adesso so come sono.

    Credo che si debba pensare a se stessi come ad un prato, che va tagliato spesso per avere gli steli ogni volta più forti. Un prato che è troppo grande per essere protetto in una serra e che deve trovare la forza di passare l’inverno, senza farsi soffocare dall’erba morta congelata ma usandola come concime per la rinascita che dopo ogni gelata si ripresenta puntuale. Non puoi mancare all’appuntamento, non te lo puoi permettere.

    Il problema non è tanto apparire forti, quello si può anche fare, ma è un bluff e presto o tardi ti lascia in mutande. L’unica arma è esserlo davvero, diventarlo giorno per giorno. Imparare a cavarsela da soli, a non dover dipendere da altri, a capire in anticipo le situazioni e le persone, per non dover dire, dopo, toccandosi un livido: “avrei dovuto accorgermene”. Andare a letto ogni sera con la consapevolezza che non è stata una giornata buttata, che quella frazione del poco tempo che hai l'hai usata al meglio, o quanto meno in maniera costruttiva. Addormentarsi col pensiero di essere un po' migliori della mattina precedente. Costruirsi intorno un fortino di persone affidabili, ma essere in grado, all’occorrenza, di stare a galla anche senza di loro, perché non si può avere la certezza che ci saranno per sempre. E’ tutto una lotta continua per tenere la testa fuori dall’acqua, per contrastare la corrente di questo fiume in piena e per riuscire a decidere ogni volta dove andare. Vedere gli altri arrancare e faticare non deve farti sentire tranquillo, nei momenti in cui hai un po’ di controllo: è tuo dovere aiutarli e in ogni caso è anche utile perché ogni cosa fatta torna indietro.

    Che ingenuo  –dirai- pensi davvero che la gente ti restituirà sempre quello che riceve? Certo che no, la gente probabilmente non mi restituirà proprio nulla, ma l’aver aiutato qualcuno è comunque un successo, un’occasione di crescita e di ampliamento di prospettive. Fa parte anche questo dell’allenamento.

    La via per galleggiare c’è ed è percorribile. Non è per niente facile, ma per chi si lascia andare non c’è altro che la cascata, alla fine del percorso. E probabilmente neanche la sentirà, perché a stare troppo sott’acqua si perdono i sensi e la coscienza di quello che ci circonda.

    Ed è qui che viene fuori lo spirito umanitario. Perché si chiama umanitario? Perché è proprio della natura umana, è un dovere, prendere per i capelli chi non ha avuto la forza o la fortuna di rimanere a galla abbastanza a lungo, tirarlo fuori e fargli prendere un’altra boccata d’ossigeno. Gli egoisti non vanno contro natura, a meno che non si disinteressino della propria prole, ma vanno contro le leggi morali che solo gli umani hanno. Per questo magari resteranno a galla, ma rimarranno sempre corpi poveri e soli.

    Nel mondo non c’è spazio per i deboli, ma per i giusti sì. Sii giusto e forte, per rendere questo mondo, giorno per giorno, parola per parola, azione per azione,  un fiume migliore.

    January 16

    MILAN-NAPOLI

    Grande serata si perannunciava, e grande serata è stata.
    Sia io che Atty saremo allo stadio: l'amuleto che non ha mai visto il Milan perdere dal vivo e il portasfiga che da quando va allo stadio ha provocato l'imbarazzante record di 8 mesi senza vittorie in casa in campionato. Si festeggia finalmente il Mondiale per Club, tutte le coppe internazionali sono esposte a centrocampo, possibile rientro di Ronaldo che pure non sembra per niente in forma, ma soprattutto l'esordio di Pato. Sei mesi di attesa per questo ragazzo pagato 1,2 milioni di € per ogni anno di vita.
    Appena finisco l'interminabile scala insieme a papà e cerco il mio posto, si sente lo speaker giovane (quello che sembra un dj) che urla il nome del Presidente Berlusconi. Questa non me l'aspettavo, o meglio, avrei dovuto aspettarmela ma non ci avevo pensato. Vedo un puntino che si muove trionfale verso il centro del campo con in mano una coppa enorme, ma quando gli si affiancano mister Ancelotti e capitan Maldini seguiti dal resto della squadra, mi rendo conto che la coppa è di dimensioni normalissime. Solito, programmatico, enfatico discorso sull'essere più forti dell'invidia, della sfortuna e dell'ingiustizia e la promessa di vincere nei prossimi 20 anni altrettante coppe di quelle che ci hanno permesso di essere il club più titolato al mondo.
    Volano fischi da buona parte dello stadio ma il Presidente è felice, saluta e si accomoda in tribuna.
    Intanto che gli addetti smontano l'ambaradàn a centrocampo, entra Dida che inizia il riscaldamento. Papà si metterebbe volentieri le mani nei capelli, se potesse. Inizia a spaperare persino sui tiri con le mani del piacente preparatore Vecchi.
    Poi sotto l'ormai classico We will rock you è la volta dei ragazzi. Riconosco subito la figura con le scarpette arancioni. Non può essere che lui, il Papero. Mai viste delle scarpe del genere...
    Ma è guardando in area di rigore che mi vengono dei dubbi: chi è quel capellone che non fa niente e continua a tirare in porta pianissimo? Non sarà mica...
    Ma è tempo di rientrare negli spogliatoi, la partita sta per cominciare. Si annunciano le formazioni:
    quella del Napoli è detta appositamente in modo triste anche se è sottolineata dalle urla di migliaia di napoletani (nel nostro settore siamo circondati).
    "MILAN!!!!!!
    CON IL NUMERO 1, NELSOOOOOON....." qualcuno: "DIDA!!!"
    CON IL NUMERO 25, DANIELE....." qualcuno: "BONERA!!!"
    CON IL NUMERO 13, ALESSANDRO....." tutti: "NESTA!!!"
    CON IL NUMERO 4, KAKHABER....." molti: "KALADZE!!!"
    CON IL NUMERO 3, PAOLOOOOOOOOO....." ruggito: "MALDINI!!!"
    CON IL NUMERO 21, ANDREEEEA....." tutti: "PIRLO!!!"
    CON IL NUMERO 23, MASSIMOOOOO....." molti: "AMBROSINI!!!"
    CON IL NUMERO 10, CLAAAAARENCE....." tutti: "SEEDORF!!!"
    CON IL NUMERO 22, RRIICCAARRDDOOOOOO....." anche gli steward e i giocatori del Napoli e i giardinieri: "KAKA'!!!"
    CON IL NUMERO 7, ALEXANDRE....." altro ruggito, lo aspettano, lo vogliono, è la sua serata: "PATO!!!"
    CON IL NUMERO 99, LUIZ NAZARIO DA LIMA....." tutti, un po' sorpresi: "RONALDO!!!"
    "BENVENUTI NELLA CASA DEEEEL... MILAN!!!!!!!!" e qui come ogni Domenica c'è qualcuno che sviene, qualcuno che piange, gente che si abbraccia. Solo perché siamo qui. Ma il bello deve ancora venire.
     
    Calcio d'inizio. Subito Pato fa vedere che di voglia ne ha da vendere e commette fallo su un difensore per la foga di recuperare un pallone impossibile. Bene così.
    Un minuto dopo scivola su uno scatto e arrivano i primi applausi d'incoraggiamento.
    Si muove bene, il ragazzo, si propone e cerca di duettare coi compagni. E' sulla strada giusta.
    15': deliziosa palla dentro di Trilli Campanellino Pirlo per Ronnie che fa dall'inizio della partita fa tutto da fermo come se fosse ancora alla partita Amici di Ronaldo-Amici di Zidane. Tiro deviato dal portiere, la palla s'impenna, Pato e un difensore entrano in porta ma il pallone rimbalza sulla traversa ed esce. Non si capisce cosa sia successo ma i giocatori esultano e il tifoso napoletano di fianco a me dice: "Dai, non era entrata, si vede benissimo..." e io: "GOL DI PATO, GOL DI PATO!!!!"
    Invece è gol di Ronaldo. Telefono in regia a Debe perché l'unica cosa che ti manca allo stadio, oltre al riscaldamento, è il replay. Dice che la palla forse è entrata ma Pato era in fuorigioco. Poco male.
    Altri 13 minuti di bel gioco, con le squadre aperte e vogliose di giocare, con Pato che viene sollevato per aggiustare la rete sotto la traversa (le fanno sempre fare al più piccolo queste cose, pensate se l'avessero chiesto a Seedorf...). Poi contropiede del Napoli, Pirlo esce male, uno dietro di me urla: "5 contro 4!" sto per girarmi e dirgli che è un cretino e non sa contare perché sono 3 contro 3, ma anche così basta. Lavezzi in mezzo, Sosa batte Dida. 1-1.
    E' il momento di cambiare marcia.
    Grande palla in mezzo per Pato, miracolo di Iezzo, la palla torna a Pato tramite Pirlo, da un metro ancora addosso a Iezzo, poi arriva Seedorf che cerca di rompere di nuovo la rete e finalmente la mette.
    E' gol ma penso al povero Pato che ne ha sbagliate due di fila. Mi ha ricordato tanto me, quando avevo il tempo di pensare "stosegnandostosegnandostosegnando". Ma lui la prossima non la fallirà, lo sento.
    Infatti dopo 4 minuti fa un tiro strepitoso sul primo palo su cui Iezzo arriva per un pelo, e dalla curva Sud parte il coro: "Olè, olè olè olè... Pato... Pato!!!". Gli son bastati 35 minuti per farsi riconoscere la paternità della maglia numero 7.
    Siamo di nuovo in vantaggio, ma Lavezzi, che in Football Manager ha 3 in forza e 4 in equilibrio dimostra che è tutto vero. Il rigore del 38' in ogni caso c'è, Kakha gli va addosso come un treno-merci con la palla ormai lontana.
    El Pocho vola ancora più lontano. Domizzi trasforma e siamo di nuovo pari.
    Si va al riposo sul 2-2.
    Che partita, amici. Caressa dice che vuole pagare anche lui il biglietto, gli dico che se vuole gli do il mio.
    Nel secondo tempo entra Favalli per il Capitano. Non è possibile dover usare un cambio ogni volta perché più di un tempo non lo regge... In compenso Ronnie è ancora in campo. Tanto non corre, non sarà mica stanco...
    1': Seedorf in area da sinistra, dribbling dico: "guarda che bella questa..." cross in mezzo, Ronnie di testa in tuffoGOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOL!!!!!!"
    "GUARDA CHE BELLA QUESTA! GUARDA CHE BELLA QUESTA! GUARDA CHE BELLA QUESTA!"
    Questo uccide la partita. Il Napoli nel secondo tempo non c'è più, il Milan controlla con un possesso-palla finalmente tranquillo e preciso, ma non affonda.
    E' tempo di salame, che a casa mia porta fortuna durante le partite.
    21', tiro fuori la vaschetta, la apro e offro una fetta doppia a papà. Me ne metto in bocca una tripla, alzo gli occhi: Kakà si libera al limite, tiro secco e sono 4!!!! Urlo scuotendo la vaschetta di affettato sulla testa del napoletano davanti a me e mi mangio un'intera fila di fette in un boccone.
    Adesso manca solo una cosa per rendere la serata speciale.
    Passano 6 minuti, il cardinale Mazzarino di cui Berlusconi non ricorda il nome (Favalli per chi non lo sapesse) inventa un lancio perfetto dalla difesa, Pato supera il difensore avversario con un tocco che sembra troppo lungo, il portiere ci arriverà, invece no, è ancora lui che gliela fa passare sotto mentre salta. Un gol meraviglioso, da campione vero.
    E San Siro esplode.
    "Olè, olè olè olè... Pato... Pato!!!"
    "Olè, olè olè olè... Pato... Pato!!!"
    "Olè, olè olè olè... Pato... Pato!!!"
    Il resto della partita scorre lento, ormai è andata, a parte un'altra conclusione del Fenomenino che dimostra di avere una rapidità di esecuzione pazzesca. Moltissimi tifosi se ne vanno prima del 90' e io spero come al solito che si perdano qualche gol stupendo.
    Finisce in gloria, con l'inno del Milan che riecheggia fra le mura della Scala del calcio e i giocatori che si salutano a centrocampo.
    Forse è un po' presto per dirlo, ma potrebbe essere nato un nuovo amore, sempre legato a quella maglia numero 7. Dopo il primo grande amore, Sheva, che ci ha abbandonato nel momento più importante, la speranza delusa (vi sembra eccessivo parlare di Violiveira? Caldo) e adesso questa nuova visione celestiale. Ma se anche dovesse deludere le aspettative, c'è sempre un ramo a cui aggrapparsi, un ramo che non può sparire: la famiglia. O se preferite, nel caso specifico, il Milan.